La serie TV sul Dio dell’Inganno è l’emblema del cambio di passo attuato nella caratterizzazione dei personaggi dell’MCU basato sulla ‘zona grigia’.

I primi tre episodi di Loki, la serie televisiva prodotta dai Marvel Studios e dedicata al Dio degli Inganni interpretato da Tom Hiddleston, sono finalmente arrivati in streaming su Disney+. La serie è incentrata una Variante alternativa del fratellastro di Thor che, fuggito con il Tesseract dopo gli eventi del 2012, viene arrestato dall’agenzia burocratica Time Variance Autorithy e costretto a collaborare con loro per evitare il collasso della Sacra linea temporale.

La serie sul Dio dell’Inganno, già da questi primi episodi usciti, esprime un elemento che nel recente passato della produzione dell’MCU è emerso con forza: la zona grigia. Un’area di caratterizzazione dei personaggi che non è più così netta come in principio, dove era semplice stabilire chi fosse dalla parte dei buoni e chi da quella dei cattivi. Gli Studios hanno capito nel corso degli anni che questa, per dirla alla Mobius, sarebbe stata “un’ipersemplificazione” del proprio universo cinematografico divenuto poi anche seriale.

Così come non si può, infatti, ricondurre la società nella vita di tutti i giorni ad una demarcazione netta sul piano comportamentale, allo stesso modo essendo l’MCU un mondo fantastico che vuole avvicinarsi alla realtà, esso non può più ospitare semplicemente l’eroe e la sua nemesi. C’è stato bisogno per tanto di uno scossone prepotente, avvenuto soprattutto nelle ultime lavorazioni, con l’introduzione di sfumature che intercorrono tra il protagonista e l’antagonista, talvolta anche ricorrendo ad un capovolgimento dei ruoli.

Wyatt Russell nei panni prima di Captain America, e poi di U.S. Agent, ad esempio, ha incarnato in modo estremamente calzante un modello recente di “zona grigia’”. Una personalità che lo spettatore non può collocare in una casella specifica, proprio perchè è volontà degli autori quella di non permettere un’azione del genere. Ed è stata proprio questa componente a giovare incredibilmente al personaggio interpretato dal figlio del grande Kurt Russell: ossia un camminare sulla linea sottile tra ciò che è giusto (e che rientra nel fare consuetudinario di un eroe), e ciò che non lo è (uccidere o agire in modo estremo). Mezzi discutibili giustificati da fini apprezzabili, hanno così invaso sempre più un ecosistema marveliano che ha arricchito in questo modo uno spettro di personalità giò abbastanza variegato.

Il Dio dell’Inganno, per venire all’attualità, rappresenta il medesimo concetto esasperandolo ed estremizzandolo positivamente (al pari del personaggio di Mobius…non è un caso che tra i due il feeling sia nato velocemente). La sua mutevolezza incarnata dalle Varianti, come quella di Sylvie Laufeydottir, non genera confusione in questa circostanza, ma si propone come audace modello di sperimentazione interpretativa attoriale, e versatilità caratteriale di un personaggio. In esso è possibile riconoscere vari lati umani: dal cinismo all’empatia, dall’egocentrismo alla sensibilità d’animo. Un su e giù continuo sul piano emozionale che cattura l’audience portandola in maniera immersiva nell’esplorazione non solo del mondo alternativo, ma anche e soprattutto dell’introspezione dei soggetti che lo abitano, i quali si fanno portatori di un’analisi psicologica avveniristica senza precedenti.

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