I Marvel Studios ritornano sul grande schermo con Black Widow, una origin story che per lunghi tratti si maschera da spy action puro, prima di ritornare su sentieri perfettamente battuti e conosciuti. Il risultato è un film di adrenalina e cuore, ma su due corpi diversi.

Sono passati due anni dall’uscita dell’ultimo film dell’MCU al cinema (Spider-Man: Far From Home), a causa della pandemia, ma anche nella sfortuna ai fan è andata bene. La pausa dovuta al COVID-19 è arrivata proprio tra la fine della Fase 3 e l’inizio della Fase 4, presentando un film dedicato ad un personaggio la cui sorte era comunque già segnata dopo il sacrificio in Avengers: Endgame.

Il punto di arrivo di Natasha Romanoff (Scarlett Johansson) era dunque già noto, ma la Vedova Nera del gruppo era anche l’unico personaggio di rilievo tra quelli storici a non aver avuto una sua origin story. Black Widow, diretto da Cate Shortland e scritto da Eric PearsonJac Schaeffer, punta a rimediare, ma solo fino a un certo punto.

Il misterioso passato dell’eroina è infatti il pretesto per raccontare cosa le è accaduto tra Captain America: Civil War e Avengers: Infinity War. Come storia delle origini però è atipica, perché di fatto non aggiunge molto alla scarna biografia sparsa qua e là dal 2010 (anno di Iron Man 2, esordio di Scarlett Johansson nell’MCU) a oggi. Per tutti era una spia russa addestrata fin da giovanissima nella terribile Stanza Rossa e tale rimane anche dopo Black Widow, dettaglio più dettaglio meno.

L’accento allora non è tanto sul cosa viene raccontato, che di certo non cambierà le sorti della Fase 4, ma sul come. Per la prima metà, Cate Shortland prende un film che sulla carta è “da Fase 1” e lo nasconde dentro ad un altro genere, uno spy action che deve tantissimo alla saga di Jason Bourne (con cui condivide anche aspetti narrativi non indifferenti) o ad un qualsiasi Mission: Impossible.

È un film Marvel, ma se si mettono da parte per un attimo nomi, citazioni ed easter egg vari, quella di Natasha Romanoff regge bene anche come storia di un’ex killer sovietica che riaffronta il suo passato e si riunisce alla sua famiglia, cercando al contempo di capire il vero valore di quei legami affettivi.

Famiglia è la parola chiave anche per un altro paragone: le scene action di Black Widow sono esagerate, forse tra le più spettacolari dell’MCU che non coinvolgano superpoteri o alieni. In questo richiama un po’ Fast & Furious, altra saga tutta adrenalina, cuore e legami familiari.

Black Widow però resta pur sempre parte di un franchise che domina il botteghino mondiale e che ha fatto della serializzazione del suo modello produttivo la chiave per raggiungere e conquistare milioni e milioni di spettatori. Dopo due anni quindi torna l’ironia tipica della casa: a incarnare lo spirito di James Gunn e Taika Waititi – i due che più di tutti hanno contribuito alla recente svolta Marvel – è soprattutto il macchiettistico Red Guardian.

Il personaggio di David Harbour serve anche a sottolineare un altro aspetto: la completa de-sessualizzazione della Vedova Nera, passata dal “pezzo di carne” degli inizi a protagonista di un film dominato da figure femminili e in cui non ci sono personaggi maschili di rilievo che parlano tra di loro.

Agli uomini restano ruoli marginali come la vecchia gloria fuori forma e il classico villain Marvel del tutto dimenticabile (nella Top 3 dei peggiori sicuramente). Black Widow sotto questo aspetto ha fatto in modo più sottile e naturale ciò che Captain Marvel si era proposto di fare nel 2019: spazio alle donne, senza doverne fare un problema di agenda o di fantomatico politicamente corretto.

L’addio di Scarlett Johansson all’MCU (non esattamente col botto, rispetto a Endgame) è quindi un film che serve soprattutto a lei per lasciare un personaggio diverso da come le era stato cucito addosso all’inizio; le è stato dato finalmente corpo, inteso come sostanza e cuore, e non solo come carne e curve. Per farlo, la Marvel ha tirato fuori dal cilindro un nuovo trucco: un film di genere, che per lunghi tratti si discosta dal canovaccio classico salvo poi riportare tutto in territori conosciuti – esattamente come è stato per WandaVision.

Nota di merito alla solita colonna sonora, raramente sbagliata dagli Studios: da American Pie di Don McLean a Smell Like Teen Spirit dei Nirvana sui (bellissimi) titoli di testa che in pochi attimi raccontano le violenze psicologiche sulle giovani future Vedove Nere, la soundtrack è una delle chiavi per far capire che qualcosa nella Fase 4 sta cambiando. L’MCU si sta espandendo verso modelli e generi diversi.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.